La parità inizia dal linguaggio
Le parole che usiamo ogni giorno non sono neutre: costruiscono relazioni, definiscono ruoli e contribuiscono a far sentire le persone riconosciute oppure escluse. Come possiamo usare un linguaggio più inclusivo?

Il linguaggio non si limita a descrivere la realtà, ma la interpreta e in parte la orienta. Per questo motivo, quando parliamo di parità di genere non ci riferiamo soltanto a princìpi o a norme, ma anche a scelte linguistiche concrete che incidono sulla qualità delle relazioni e sul clima lavorativo quotidiano.
Negli ultimi anni istituzioni e organismi autorevoli hanno elaborato indicazioni e linee guida per promuovere un linguaggio più inclusivo. Tra questi rientrano l’Accademia della Crusca, che ha approfondito l’uso non stereotipato della lingua italiana, e diverse amministrazioni pubbliche e università, che hanno pubblicato raccomandazioni operative sul linguaggio di genere.
Queste linee guida invitano a usare formule non escludenti, a declinare correttamente ruoli e generi (il direttore/la direttrice, il segretario/la segretaria, lui/lei/loro, ecc.) ed evitare espressioni stereotipate che non rappresentano più la realtà.
In Futura lavoriamo ogni giorno per adottare modalità di comunicazione sempre più inclusive e coerenti con i valori che promuoviamo. Questo impegno riguarda non solo documenti ufficiali, modulistica e pubblicazioni cartacee o online, ma anche la comunicazione quotidiana tra colleghi e colleghe: le riunioni, le conversazioni informali, gli scambi di ogni giorno.
È proprio nei contesti più ordinari che il linguaggio può contribuire a rafforzare rispetto, ascolto e riconoscimento reciproco.
Scegliere parole più attente significa mettere al centro la
persona, valorizzarne l’identità e contribuire, anche attraverso piccoli cambiamenti, a ridurre pregiudizi e stereotipi. La parità passa anche da qui: dalla consapevolezza che ogni
parola può essere un passo verso una cultura più equa e inclusiva.








